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Il mare non bagna Napoli apparve per la prima volta nei Gettoni Einaudi, con una presentazione di Elio Vittorini. Era il '53. L'Italia usciva piena di speranze dalla guerra, e discuteva su tutto. A causa dell'argomento, anche il mio libro si prestava alle discussioni: fu giudicato, purtroppo, un libro «contro Napoli». Questa «condanna», mi costò un addio, che si fece del tutto definitivo negli anni che seguirono, alla mia città. E in circa quarant'anni -tanti ne sono passati da allora- io non tornai più, se non una volta per qualche ora, e fuggevolmente, a Napoli. A distanza, appunto, di quattro decenni, e in occasione di una sua nuova edizione, mi domando se il Mare è stato davvero un libro «contro», Napoli, e dove ho sbagliato, nello scriverlo, e in che modo, oggi, andrebbe letto. [...] Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e nel tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante. [...] Aggiungo che l'esperienza personale della guerra (terrore dovunque e fuga per quattro anni) aveva portato al colmo la mia irritazione contro il reale; e lo spaesamento di cui soffrivo era ormai così vero, e anche poco dicibile da aver bisogno di una straordinaria occasione per manifestarsi. Questa occasione fu il mio incontro con la Napoli uscita dalla guerra. Rivederla e compiangerla non bastava. Qualcuno aveva scritto che questa Napoli rifletteva una lacera condizione universale. Ero d'accordo, ma non sull'accettazione (implicita) di questo male. E se, all'origine di tale lacera condizione, vi era appunto la infinita cecità del vivere, ebbene, era questo vivere, e la sua oscura sostanza, che io chiamavo in causa. Ero chiusa io stessa in quel nero seme del vivere, e perciò -tramite la nevrosi- gridavo. Anzi, gridai. Erano molto veri il dolore e il male di Napoli, uscita in pezzi dalla guerra. Ma Napoli era città sterminata, godeva anche d'infinite risorse nella sua grazia naturale, nel suo vivere pieno di radici. Io, invece, mancavo di radici, o stavo per perdere le ultime, e attribuii alla bellissima città questo spaesamento che era soprattutto mio. Questo orrore -che le attribuii- fu la mia debolezza. Me ne sono a lungo rammaricata, e ho tentato più volte di precisare quanto comprendessi il disagio di un comune lettore italiano cui non fu detto -né io sapevo e potevo dirlo- che il Mare era solo uno schermo, non proprio inventato, su cui si proiettava il doloroso spaesamento, il «male oscuro di vivere», come poi venne chiamato, dalla persona che aveva scritto il libro. Resta il fatto piuttosto malinconico (o solo inconsueto?) che tanto la Napoli offesa (era, poi, veramente offesa, o solo un po' indifferente?), quanto la persona accusata di averle inventata una atroce nevrosi, non si siano, in seguito, più incontrate: proprio come se nulla fosse avvenuto. E non era stato così, per me.
Anna Maria Ortese, Aprile 1994
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vulvia il 27/1/2010 alle 11:45 | |