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vulvia
La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni.

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CULTURA
28 maggio 2011
Rivoluzione


Cittadini, volete una rivoluzione senza la rivoluzione? [...] Chi può segnare il punto preciso in cui dovevano spezzarsi i flutti dell'insurrezione popolare? A questo prezzo quale popolo potrà mai rompere il giogo della tirannia? [...] Piangete anche le vittime colpevoli, riservate alla vendetta delle leggi, che sono cadute sotto la spada della giustizia popolare; ma che il vostro dolore abbia un termine, come tutte le cose umane. Conserviamo qualche lacrima per le disgrazie più commoventi.

M. Robespierre, Discorso ai girondini
dalla risposta a Jean-Baptiste Louvet alla Convenzione nazionale il 5 novembre 1792

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CULTURA
21 maggio 2011
Bene.

"E' l'unica città alla quale perdono di esistere. Tutto ciò che c'era da pensare in Italia è stato pensato a Napoli. Sopra Napoli non si è mai pensato, né mai si penserà."

(Corriere del Mezzogiorno, 12 dicembre 2007)

  Il testamento inedito di Carmelo Bene -«Napoli? Adoro le sue lezioni di anticiviltà». Volume e video a cura di Lucia Di Giovanni e Michele Schiavino

NAPOLI - Carmelo Bene inedito. Parole pesanti come macigni e graffianti come versi giambici: sono alcuni degli ingredienti del doppio omaggio al maestro. Omaggio fatto di parole e video: per venerdì 14 dicembre (alle 20 e30), alla Sala Ferrari di Napoli è fissata la proiezione del video «A Piena Voce» con la presentazione del volume «La Voce Mancante», dialogo con Carmelo Bene, che ripropone in versione integrale l’intervista che Lucia Di Giovanni gli fece venticinque anni fa. Il video è composto da materiali inediti realizzati da Michele Schiavino a Salerno nell’antico Teatro Verdi e nei paesi dell’Irpinia, prima e dopo il sisma dell’80. L'intervista fu realizzata dalla giornalista Di Giovanni in occasione della «Lectura Dantis», evento organizzato a Salerno nel 1982. Alla serata nella sala teatrale del Vomero, ad ingresso libero, interverranno con la Di Giovanni, Michele Schiavino, Stefano De Stefano, Vittorio Dini, Manlio Santarelli, Pasquale De Cristofaro, Alfonso Amendola. A TUTTO CAMPO - Da Heidegger al Sud, fino al sodalizio con Eduardo De Filippo, a Pasolini, da Di Vittorio a Napoli, molti i temi toccati da Bene in cinquanta minuti mai visti integralmente e commentati. Lucia Di Giovanni e Michele Schiavino, gli autori, spiegano: nella stesura scritta dell'intervista ci «sono passaggi forti, in parte sono anche divertenti. Nella stesura integrale abbiamo cercato di rispettare il più possibile il suo parlato, ma abbiamo per lo più tagliato gli intercalari, preziosi. Complicavano la comprensione del testo».

(DI) PASSAGGIO SU NAPOLI - Di seguito riportiamo integralmente alcuni passi dell'intervista di Lucia Di Giovanni in cui Carmelo Bene apre il discorso a De Filippo e poi a Napoli, adorabile regina di «anticiviltà». [...]Questa napoletanità di Pinocchio…

CARMELO BENE. «Voi volete a tutti i costi farmi napoletano in quest'occasione. Ebbene no, è errato, io verrò a dire Dante, forse il più grande poeta che abbia avuto il mondo. E basta. Perché parliamo di Pinocchio, che va sentito lì, in dei momenti a teatro? Basta, è inutile parlarne. Non c'è bisogno di napoletanizzare, non c’è bisogno che mi sappiano tifoso del Napoli perché vengano a sentirmi in Dante. Se vogliono, vengono. Mi spiego? Detesto il Napoli, ha capito?».

  La squadra?

«Sì»

  La città?

 La squadra, la città, non mi interessa, non mi interessa nessuna città. Ve l’ho detto, se il linguaggio è l'unica forma che fonda qualunque esisten¬za, le città non esistono, sono fatti mentali, è ovvio, no? Non è che uno ce l’ha, che odia Napoli, odia Bologna, odia Modena. Odia tutto quanto esiste.

Lei ha stretto un sodalizio artistico con De Filippo, con il quale fra l’altro porta avanti una battaglia contro il Ministero dello Spettacolo

«Questi sono fatti privati, sono fatti legali, che stoltamente son finiti in pubblico, ma adesso è ora di toglierli dal pubblico e è ora che tornino al privato. Con Eduardo noi facciamo qualche cosa insieme, adesso, ne faremo qualcuna, staremo insieme qualche altra volta in palcoscenico, ecco. Non credo nemmeno che a Napoli sia molto amato»

De Filippo?

«Eh, anzi!»

Dal pubblico?

«Eh, eh! O quantomeno c’è una spaccatura tremenda. I napoletani veri, questo rimanga tra di noi, so che non amano, che detestano Eduardo. Chi conosce Napoli…

Perché?

«Eh, beh, se lo faccia raccontare da qualche…

Me lo dica lei

«È facile intuirlo, il discorso è vasto

Napoletani veri, che significa?

«Chi conosce Napoli, chi conosce la Napoli secolare, questa casbah che continua a dare lezioni di anticivile»

Perché detestano Eduardo?

«In questo senso…quello che dissi un giorno in una intervista alla radio a Domenica Rea, proprio quando ero a Napoli. L’unica cosa che può farmi simpatica Napoli e perdonarle di esistere, mentre non perdono alle altre città di esserci, perché non fanno parte della mia esistenza, del linguaggio, è il fatto proprio della sua anticiviltà, delle sue continue lezioni di anticiviltà. Della sua ingovernabilità»

Le piace questo di Napoli?

«Non è che mi piace. Adoro questo di Napoli, la sua non disponibilità a lasciarsi governare da nessuno. Il mio amico Valenzi ne sa qualcosa».

Non vorrebbe che fosse governata meglio, che si riuscisse a governarla?

«Vediamo le cose. Un conto è non rubare al Comune, non rubare alla Provincia, non rubare alle Regioni. Mi pare che Valenzi sia addirittura eroico. Essere sindaci di Napoli ed essere eroi è un po’ la stessa cosa. Mi spiego? Quindi tutta la mia solidarietà e i miei voti eterni per Maurizio Valenzi. Ci conosciamo, si sa benissimo quale follia sia governare Napoli. Quindi, a parte questo, l’ingovernabilità di Napoli è anche un fatto estremamente positivo. Napoli non crede in niente, non ha mai creduto in niente

E’ un fatto di libertà, di indipendenza?

«Di anticiviltà. Non sente di dover essere. Platone non è arrivato a Napoli. Né Cristo. Forse più Cristo, ma meno Platone. Il mondo delle idee non è arrivato a Napoli. Che ha espresso gli unici pensatori, che è stata l’unica città, come Sud intendo, la Campania ha pensato per tutta l’Italia, da Campanella a Bruno, a Croce. Quello che c’era da pensare è stato pensato tutto a Napoli, o là intorno. Da Napoli in su non si pensa, non si è mai pensato, non si penserà mai».

In Italia?

«In Italia, certamente. Napoli è una terra capace di liberarsi anche dal pensiero. Quel che conta è liberarsi dal pensiero, affrancarsi dal pensiero, affrancarsi dal dover essere, togliersi da Hegel, da Schelling, da Fichte. Al napoletano non c’è bisogno di consigliargli di togliersi da Fichte, o da Shelling, o da Hegel. E’ nato tolto. Mi spiego? Sebbene le zone che ci riguardano credo non si possano paragonare a Napoli, via, non è Napoli».

In che rapporto sta De Filippo con Napoli?

«Ma io non lo so in che rapporto stia con Napoli, so che non è mai corsa buona ... mi pare, ma questo non vorrei fosse pubblico. È anche un po' una visione mia privata. È molto amato e molto odiato. Anche Eduardo è lo stesso caso, è inutile. Quando lui fonda le cose sull’essere, l’essere che poi diventa l’essere stato, sull’essenza delle cose, che è l’equivalente dello scriver testi, a me non interessa. A me non interessa nulla dei testi di Eduardo. E credo che siano quelli a offendere i napoletani. Si sentono offesi, si sentono troppo superficialmente maltrattati»

Rappresentati?

«Rappresentati, soprattutto, mi spiego? Quando però Eduardo è lui sulla scena, lì diventa grandissimo ed ecco allora Napoli si riconosce in lui. Mi pare che l’esame sia chiaro, perché allora fonda l'esistere. È il linguaggio, ma non è il linguaggio…non ha referente col suo scritto. Però intanto l'essere buca l'esistenza, ecco, perché siamo fatti solo della nostra mancanza. Quando l'essere in Eduardo buca, questo ça manque lacaniano, buca l'essere dei suoi scritti, a monte, buca l'esistere, l’esistenza, la fondazione del linguaggio, la mera nominazione, e la buca troppo spesso, allora riaffiorano continuamente le sue visioni, cioè l'essere riaffiora e i suoi scritti gli prendono anche la mano e bisogna aspettare i due o tre momenti di felicità sua, scenica, sua del dire, anche, dove fonda veramente l'esistenza, e lì è grandissimo. A quel punto non è più nemmeno napoletano, a quel punto si iscrive tra i grandi, tra gli astri, tra le stelle, insomma, in cielo, non è più da iscriversi in terra. I napoletani se ne accorgono, perché sono musicalissimi, e accettano la sua musicalità altissima, quando lui è in scena, altissima. E disapprovano quanto Eduardo ha scritto addosso, peggio ancora sulla carta. E’ molto semplice insomma capire tutto ciò»


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CULTURA
14 maggio 2011
A coloro che verranno
Davvero, vivo in tempi bui!La parola innocente è stolta.Una fronte distesa vuol dire insensibilità. Chi ride,la notizia atroce non l'ha saputa ancora.Quali tempi sono questi, quando discorrere d'alberi è quasi un delitto,perchè su troppe stragi comporta silenzio!E l'uomo che ora traversa tranquillo la via mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici che sono nell'affanno?È vero: ancora mi guadagno da vivere.Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla di quel che fo m'autorizza a sfamarmi.Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,e sono perduto)."Mangia e bevi!", mi dicono: "E sii contento di averne".Ma come posso io mangiare e bere, quandoquel che mangio, a chi ha fame lo strappo, emanca a chi ha sete il mio bicchiere d'acqua?Eppure mangio e bevo.Vorrei anche essere un saggio. Nei libri antichi è scritta la saggezza: lasciar le contese del mondo e il tempo brevesenza tema trascorrere.Spogliarsi di violenza,render bene per male,non soddisfare i desideri, anzidimenticarli, dicono, è saggezza.Tutto questo io non posso:davvero, vivo in tempi bui!Nelle città venni al tempo del disordine,quando la fame regnava.Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,e mi ribellai insieme a loro.Così il tempo passò che sulla terra m'era stato dato.Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.Feci all'amore senza badarci e la natura la guardai con impazienza.Così il tempo passò che sulla terra m'era stato dato.Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.La parola mi tradiva al carnefice.Poco era in mio potere. Ma i potenti posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.Così il tempo passò che sulla terra m'era stato dato.Le forze erano misere. La meta era molto remota.La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me quasi inattingibile.Così il tempo passò che sulla terra m'era stato dato.Voi che sarete emersi dai gorghi dove fummo travolti pensate quando parlate delle nostre debolezze anche ai tempi bui cui voi siete scampati.Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,attraverso le guerre di classe, disperati quando solo ingiustizia c'era, e nessuna rivolta.Eppure lo sappiamo:anche l'odio contro la bassezza stravolge il viso.Anche l'ira per l'ingiustiziafa roca la voce. Oh, noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,noi non si potè essere gentili.Ma voi, quando sarà venuta l'ora che all'uomo un aiuto sia l'uomo, pensate a noi con indulgenza. Bertolt Brecht

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CULTURA
17 aprile 2011
L'odore del sangue


“Fu in quel momento che mi colpì l'odore, un odore molto simile a quello dei macelli all'alba, ma infinitamente più dolce e lievemente nauseabondo, anzi, per essere più precisi, esilarante. Mischiato a quell'odore c'era quello di alcool, di etere e ancora altri ma l'odore del sangue, con la sua dolcezza, con il suo zucchero umano, con la sua linfa, dominava su ogni altro e nemmeno i flussi d'aria che entravano violenti nell'abitacolo, riuscivano a portarlo via: stagnava, nella sua dolcezza, e per così dire parlava; si esprimeva, un po' come potrebbe esprimersi un quadro. Quell'odore era un'opera d'arte, quando è veramente tale, esprimeva soprattutto il mistero, l'attesa, il rimando a capire. A capire che cosa? Non lo sapevo. Lo tornai a sentire, forse inconsciamente a cercare, e a cercare di capire, altre due o tre volte in sala operatoria. Era lo stesso, stessissimo odore, ma nel corpo prima di un uomo sui cinquant’anni (il soldato ferito ne avrà avuto venticinque), poi in quello di una donna, poi in quello di una ragazza. Non cambiava, era lo stesso odore, dolce, leggermente esilarante, dolcemente nauseabondo. Il che significa che, almeno in materia ematica, gli uomini nascono con uguali diritti. Ma continuavo però a venirne attratto e a non capire. Sì, era chiaro, quello era l'odore della vita, l'odore più profondo essenziale ed unico della vita, ma perché mi attraeva tanto? [...] Forse quel tanto di belluino, perfino di antropofagico e vampiresco che, nel profondo più profondo, esiste ancora nell'uomo? Forse. Forse come una metafora, cioè come qualche cosa che allude ad altra o altre cose, per esempio alla brevità della vita, alla sostanza di cui siamo fatti, al fagotto di ossa carne e appunto sangue di cui siamo al tempo stesso contenuto e contenitore? Forse al Dove andiamo, chi siamo, da dove veniamo? a cui appunto allude Paul Gauguin in suo famoso quadro? Certamente a tutto questo perché in quell'odore, nella dolcezza di quell'odore c'era anche una punta dell'odore di secrezioni, di sperma, cioè di acque e di ittico, una punta di quell'odore di mare che si coglie alle volte quando si ingoia un'ostrica fresca insieme alla sua acqua marina. Ma non più di una punta che bastava a spiegare tutto in una sola, chiara, ma in realtà vaghissima parola : la vita”.
                                                      Goffredo Parise (1979)

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CULTURA
13 marzo 2011
Il trionfo dell'istante
"C’è la formula della saggezza e della sapienza? C’è, ed è questa: 
riconoscere che senza il male la vita e il mondo non sarebbero, e 
tutt’insieme combattere sempre, praticamente e irremissibilmente, il 
male e cercare e attuare sempre indefessamente il bene: negare come 
assurda la felicità e cercar sempre la felicità, negare come assurdo il 
trionfo definitivo della libertà sulla servitù, della figlia di lei 
giustizia sull’ingiustizia, del sapere sull’ignoranza, dell’intelligenza
sulla stupidità, e praticamente volere e procurare in ogni istante quel
trionfo, il trionfo di quell’istante.”

Benedetto Croce, “Nuove pagine sparse”, Volume primo

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CULTURA
2 marzo 2011
So it goes


Le ore non passavano mai. Qualcuno giocava con gli orologi, e non solo con gli orologi elettrici, ma anche con quelli a molla. La seconda lancetta del mio orologio ebbe uno scatto, e passò a un anno, poi ebbe un altro scatto. Non c'era niente da fare. Come abitante della Terra, dovevo credere a tutto quello che dicevano gli orologi...e i calendari. Avevo con me due libri che pensavo di leggere in aereo. Uno era Parole al vento di Theodore Roethke, ed ecco cosa vi trovai: 

I wake to sleep, and take my waking slow.
I feel my fate in what I cannot fear.
I learn by going where I have to go.
 
L'altro libro era Céline e la sua visione di Erika Ostrovsky. Céline fu un coraggioso soldato francese durante la Prima guerra mondiale, finché non gli spaccarono il cranio. Dopodiché non riusciva più a dormire e sentiva dei rumori nella testa. Diventò medico, e di giorno curava la povera gente, per tutta la notte scriveva romanzi grotteschi. L'arte non è possibile senza una danza con la morte, scrisse. 

La verità è morte, scrisse. Io l'ho combattuta per bene finché ho potuto...ho ballato con lei, l'ho ornata di festoni, le ho fatto fare giri di valzer...l'ho decorata di nastri...l'ho solleticata.

              Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini, 1969

CULTURA
17 febbraio 2011
In memoria
C'è un'unica forza, l'amore, che lega e dà vita ad infiniti mondi.


Ho combattuto ed è tanto:
ritenni di poter vincere...
ma natura e sorte studio e sforzi repressero.
Ma già è qualcosa esser sceso in lotta,
poiche' vedo che in mano al fato è la vittoria.
Fu in me quanto era possibile e che nessun
venturo secolo potra' negarmi: cio' che di
proprio un vincitore poteva dare: non aver
avuto timore della morte, non essersi
sottomesso, fermo il viso, a nessuno che mi
fosse simile; aver preferito morte coraggiosa
a vite pusillanime. 

 (De Monade, Numero et Figura, 1591)

Alla mente che ha ispirato il mio cuore con
arditezza d'immaginazione piacque dotarmi 
le spalle di ali e condurre il mio cuore verso
una meta stabilita da un ordine eccelso, in
nome del quale è possibile disprezzare e la
fortuna e la morte. Si aprono arcane porte
e si spezzano le catene che solo pochi
elusero e da cui solo pochi si sciolsero.
Mentre mi incammino sicuro, felicemente
innalzato da uno studio appassionato, divengo
guida, legge, luce, vate, padre, autore, via.
Mentre mi sollevo da questo mondo verso altri
mondi lucenti e percorro da ogni parte l'etereo
spazio, lascio dietro le spalle, lontano,
lo stupore degli attoniti. 

(De l'infinito, universo e mondi, 1584)



Giordano Bruno


Condannato per eresia dal tribunale della Santa Inquisizione, il 17 febbraio dell'anno giubilare 1600, dopo che gli fu serrata la lingua con una morsa, perché non potesse più parlare, fu condotto a Campo de' Fiori, denudato, legato e arso vivo. Le sue ceneri disperse nel Tevere, banditi e distrutti i suoi scritti. 

CULTURA
31 gennaio 2011
Hai inventato di nuovo la luna...

Cambiare la prosa del mondo,
il suo orologio intatto,
quel nostro incorniciare le giostre
faticose di baci.

Hai inventato di nuovo la luna,
è una povera isola
ti chiama con contingenza disperata
imbastardita dalle lunghe cene.


Amelia Rosselli, "Appunti sparsi e persi"






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CULTURA
25 gennaio 2011
E(ste)tica [Pubblicità progresso]

"Io sono per la

chirurgia etica.

Bisogna rifarsi il

senno."         

Alessandro Bergonzoni

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CULTURA
17 gennaio 2011
Volontà e conoscenza


"La conoscenza (si dice) non può essere base indispensabile della volontà, se è vero, com'è vero, che uomini ignoranti sieno praticamente più efficaci di molti dotti e filosofi; i quali pure avendo conoscenze moltissime e quantità non minori di buone intenzioni, non sanno poi condursi nella vita."

Benedetto Croce, Filosofia della pratica- Economia ed etica, 1909



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